Quali tipi di marchi si possono registrare?

Secondo l’art. 7 del codice della proprietà industriale “possono costituire oggetto di registrazione come marchio d’impresa tutti i nuovi segni, in particolare le parole, compresi in nomi di persone, i disegni, le lettere, le cifre, i suoni, la forma del prodotto o della confezione di esso, le combinazioni o le tonalità cromatiche, purché siano atti:

  1. a) a distinguere i prodotti o i servizi di un’impresa da quelli di altre imprese; e
  2. b) a essere rappresentati nel registro in modo tale da consentire alle autorità competenti e al pubblico di determinare con chiarezza e precisione l’oggetto della protezione conferita al titolare.

Sostanzialmente, dunque, sono registrabili i seguenti tipi di marchi.

Marchio denominativo: è costituito da sole parole. Se il marchio denominativo è complesso, come ad esempio il marchio Coca-Cola, la tutela si deve ritenere estesa a tutti gli elementi distintivi del segno, quindi anche la riproduzione di una sua parte (ad esempio Coca) potrebbe violare i diritti di privativa, soprattutto in caso di marchi forti come quello in esempio. Un esempio di marchio denominativo è “Yahoo”

Marchio figurativo o emblematico: è quello costituito esclusivamente da figure, lettere o numeri. Anche una singola lettera se ha una caratterizzazione grafica particolare che gli doni capacità distintiva (Cass. Civ., Sez. 1, 11.10.2002 n. 14483). Un esempio di marchio figurativo può essere la mela di “Apple” o il numero “46” di Valentino Rossi.

                                                  

 

Marchio misto: risulta dalla combinazione di parole e figure. Un esempio di marchio misto è quello del WWF costituito appunto dalla scritta e dal panda.

 

Marchio di forma: sono detti anche “tridimensionali” e sono i marchi costituiti dalla forma del prodotto o dalla forma della sua confezione. Un esempio di questo tipo è il famoso “Toblerone”, ossia la stecca di cioccolata triangolare sia nella forma del prodotto che in quello della confezione.

 

Qui abbiamo dei limiti, infatti non possono essere registrati come tali i segni costituiti dalla forma imposta dalla natura del prodotto, dalla forma del prodotto necessaria per ottenere un risultato tecnico o dalla forma che dà valore sostanziale al prodotto”. Ad esempio non sono stati ammessi alla tutela della registrazioni bottiglie senza caratterizzazione tale da essere distintiva, sul presupposto che i liquidi devono necessariamente essere contenuti in involucri e sarebbe stato troppo limitativo ed esclusivo tutelare un involucro senza un forte carattere distintivo, come ad esempio la bottiglietta della Coca-Cola.

Marchio di colore: è ammessa la registrazione di marchi consistenti in combinazione di colori o tonalità cromatiche che conferiscano carattere distintivo al prodotto, identificandolo e distinguendolo dagli altri. La capacità distintiva viene acquisita tramite l’uso del marchio quando nel pubblico viene riconosciuta l’associazione tra prodotto e colore, se si tratta di uno specifico colore.

La registrazione di un colore specifico come marchio, è ammessa solo quando non restringe indebitamente la disponibilità di colori per gli altri soggetti che offrono prodotti o servizi dello stesso genere di quello oggetto della domanda di registrazione.

I colori puri, cioè i colori che non hanno variazioni, non possono essere registrati, salvo casi eccezionali, ossia casi in cui, appunto, vi è un forte riconoscimento dal pubblico. Esempi di questo tipo possono essere il colore “verde” Tiffany o il “rosso” Louboutin.

                                                                                

 

Marchio di suono: può costituire oggetto di registrazione come marchio anche un particolare suono. La registrazione avviene mediante rappresentazione del suono come melodia su un pentagramma. Ne sono degli esempio il suono di accensione di un “Mec” o quello di un sistema Windows.

Marchio olfattivo: anche gli aromi e gli odori possono essere oggetto di registrazione.

Marchio Patronimico: è possibile registrare come marchio denominativo un segno costituito da un nome anagrafico. L’effetto della registrazione è quello che neppure la persona che porta quel nome può utilizzare il medesimo in settori merceologici identici o affini. Addirittura in casi analoghi la Corte di Cassazione (sentenza Sez. I, 14 marzo 2014 n. 6021) ha spiegato che “il diritto al nome, se non una vera e propria elisione, trova una sicura compressione nell’ambito dell’attività economica e commerciale, laddove esso sia divenuto oggetto di registrazione, prima, e di notorietà dopo, a opera dello stesso creativo che poi l’abbia ceduto ad altri”.  Secondo l’art. 8 del codice della proprietà industriale e intellettuale, i nomi notori possono essere registrati o usati come marchio solo dall’avente diritto o con il suo consenso o con il consenso dei soggetti indicati dalla norma.

Ritratti di persone: possono essere oggetto di registrazione (come marchio figurativo) i ritratti delle persone, purché se ne abbia la loro autorizzazione o quella degli eredi (coniuge e figli, in loro mancanza ascendenti o discendenti e in mancanza anche di questi dei parenti entro il quarto grado incluso).

 

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Perché registrare un marchio? Che diritti ha il titolare del marchio verso i terzi?

Attraverso la registrazione del marchio, in base all’art. 2569 c.c. e l’art. 20 del codice della proprietà industriale, si acquisisce il diritto di esclusività:

chi ha registrato nelle forme stabilite dalla legge un nuovo marchio idoneo a distinguere prodotti o servizi ha diritto di valersene in modo esclusivo per i prodotti o servizi per i quali è stato registrato” (art. 2569 c.c.);

i diritti del titolare del marchio d’impresa registrato consistono nella facoltà di far uso esclusivo del marchio

Ecco in cosa consiste questo diritto.

In sostanza il titolare ha il diritto di vietare a terzi di usare:

  1. a) un segno identico al marchio per prodotti o servizi identici a quelli per cui il marchio è stato registrato;
  2. b) un segno identico o simile al marchio registrato, per prodotti o servizi identici o affini, se, a causa dell’identità o somiglianza fra i segni e dell’identità fra i prodotti o servizi, possa determinarsi un rischio di confusione per il pubblico, che può consistere anche in un rischio di associazione fra i due segni;
  3. c) un segno identico o simile al marchio registrato, per prodotti o servizi non affini, se il marchio registrato goda nello Stato di rinomanza e se l’uso del segno, anche a fini diversi di quello di contraddistinguere i prodotti e servizi, senza giusto motivo, consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio oppure reca pregiudizio agli stessi.

In particolare, il titolare del marchio può vietare ai terzi:

  1. a) di apporre il segno sui prodotti o sulle loro confezioni o sugli imballaggi;
  2. b) di offrire i prodotti, di immetterli in commercio o di detenerli a tali fini, oppure di offrire o fornire i servizi contraddistinti dal segno;
  3. c) di importare o esportare prodotti contraddistinti dal segno stesso;
  4. d) di utilizzare il segno nella corrispondenza commerciale e nella pubblicità;
  5. e) di apporre il segno su confezioni, imballaggi, etichette, cartellini, dispositivi di sicurezza o autenticazione o componenti degli stessi o su altri mezzi su cui il marchio può essere apposto;
  6. f) di offrire, immettere in commercio, detenere a tali fini, importare o esportare tali mezzi recanti il marchio, quando vi sia il rischio che gli stessi possano essere usati in attività costituenti violazione dei diritti del titolare.

E’ chiaro, dunque, che la ragione principale per registrare il marchio è quella di tutelare l’unicità e la riconoscibilità sul mercato dei nostri prodotti o servizi, impedendo a chiunque altro di utilizzare il nostro segno distintivo.

Rimandare la registrazione del proprio marchio è una pratica pericolosissima per il proprio business perché ci si espone al pericolo che chiunque altro possa registrare il marchio, o anche semplicemente un nome a dominio, anticipandoci ed impedendoci di utilizzarlo.

Mai rimandare la registrazione del proprio marchio.

Il nostro consiglio: appena hai un’idea di business registra subito marchio e dominio.

 

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Cos’è il marchio?

Il mercato oggi è sempre più complesso e in un mare magnum di prodotto e servizi è indispensabile distinguersi.

Prima di ogni cosa, dunque, è importante conoscere gli strumenti per distinguersi nel mercato.

Il marchio, dunque, è innanzitutto uno strumento per distinguersi sul mercato.

Per capire esattamente cos’è il marchio e perché esistono norme – anche molto complesse – che regolano la materia, occorre sapere che per il nostro ordinamento è importante che la concorrenza fra gli operatori di mercato si svolga correttamente.

Per questo motivo il consumatore deve poter distinguere un’azienda dall’altra, un prodotto o un servizio dagli altri, anche per attribuirgli meriti o demeriti.

Per distinguere tra loro gli operatori del mercato esistono nell’ordinamento i segni distintivi.

Il marchio è il segno distintivo dei prodotti e/o dei servizi di un’azienda.

E’ ciò che permette di rendere riconoscibili nel mercato i prodotti e i servizi dell’impresa.

Con il proprio marchio l’imprenditore si fa conoscere e “valutare” dal consumatore in un sistema concorrenziale.

 

Quali sono le funzioni del marchio?

Il marchio ha essenzialmente tre funzioni: distintiva, attrattiva e di indicazione della provenienza.

Funzione distintiva: è la più importante e consiste nella capacità di distinguere un prodotto o un servizio dagli altri. Ciò giustifica il monopoli, ossia i diritti di esclusività che con la registrazione si acquisiscono sul marchio, ma di questo ne riparleremo.

E’ talmente importante questa funzione che quando un segno è privo di distintività non può essere registrato come marchio.

Funzione attrattiva (o pubblicitaria): mira a fare del marchio una sorta di qualità del prodotto, verso il quale convogliare, attraverso la pubblicità o altri mezzi, le attenzioni del pubblico.

Un tempo la funzione attrattiva era riservata ai soli marchi celebri. Oggi la questione appare superata anche se i marchi celebri godono di una tutela “ultramerceologica”.

Ad esempio il marchio “Armani” non può essere utilizzato dai terzi neppure per individuare prodotti diversi da quelli dal celebre marchio di moda.

Funzione di indicazione della provenienza: al marchio si attribuisce anche la funzione di indicare la provenienza del prodotto legandolo all’imprenditore che ne è titolare.

Anche se oggi la funzione è molto ridimensionata essendo ammesse deroghe al principio, come ad esempio la possibilità di cedere il marchio separatamente dall’azienda. Inoltre, attraverso la “licenza d’uso non esclusiva” più aziende possono utilizzare lo stesso marchio.

 

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Cos’è l’onere della prova?

L’onere della prova è uno dei principi fondamentali da tenere presente quando ci si approccia a far valere i propri diritti davanti al Tribunale o ad altra autorità giudiziaria.

E’ il principio dettato dall’ 2697 c.c. per cui

«Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento.

Chi eccepisce l’inefficacia di tali fatti ovvero eccepisce che il diritto si è modificato o estinto deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda».

Il primo periodo si riferisce a chi si rivolge all’autorità giudiziaria per primo al fine di far valere il proprio diritto (ad esempio l’attore o il ricorrente), mentre il secondo periodo si rivolge alla controparte (il convenuto oppure il resistente).

 

Onere della prova per l’attore o il ricorrente

Chi si rivolge al Giudice per far valere i propri diritti, ad esempio per chiedere la consegna di un bene, il pagamento di un credito, l’accertamento di una certa situazione l’acquisto della proprietà per usucapione, non deve solo dichiarare di avere quel diritto descrivendo i fatti su cui si fonda la sua domanda.

Egli – se vuole ottenere ragione da parte del Giudice e vuole ottenere una sentenza che accertata la fondatezza del suo diritto condanni l’altra parte, ad esempio, a consegnare un bene, pagare una somma di denaro ecc. –  deve anche dimostrare l’esistenza e la veridicità di quei fatti.

Più precisamente l’attore deve dimostrare:

che il suo diritto esiste;

che c’è stato un comportamento illecito di un altro soggetto;

che questo comportamento illecito ha leso il suo diritto.

Le prove sono quindi la parte essenziale del diritto civile e la causa è vinta solo se si riesce a dare al Giudice ciò che ad esso serve per darci ragione: la prova di tutto ciò che sosteniamo!

Le prove devono essere fornite dalla parte. Ad esempio, se voglio ottenere il pagamento di un credito per una fornitura di merce devo fornire la prova, affermando di non essere stato pagato:

– che c’era un contratto di fornitura;

– che ho consegnato la merce;

Il Giudice non può compensare le carenze di prove della parte, dunque anche se in animo suo può anche credergli, se la parte non prova il suo diritto non potrà mai dargli ragione.

 

Onere della prova per il convenuto

Il convenuto (o il resistente) si trova nella situazione inversa: egli deve dimostrare che il diritto che viene affermato e provato dall’attore si è modificato o estinto.

Ad esempio, se l’attore chiede il pagamento di una fornitura il convenuto dovrà dimostrare con la quietanza l’avvenuto pagamento (fatto estintivo del diritto dell’attore) oppure che quella merce aveva avuto dei vizi o dei difetti (fatto modificativo), che questi erano stati denunciati per tempo e, pertanto, che quelle somme non sono dovute o non sono dovute nella misura richiesta da controparte.

Il processo civile quindi funziona come un gioco di affermazioni e controaffermazioni in cui vince chi si è comportato in maniera conforme al diritto ed è riuscito a dimostrare quanto sostiene essere avvenuto!

Per questo dico sempre che nella conduzione della tua azienda o della tua vita devi pensare come un giudice, quindi devi sapere i fondamenti di diritto che regolano la tua attività, ti ci devi attenere e devi predisporre tutta la documentazione che attesta ciò che avviene.

In questo modo avrai sempre ragione.

Esistono situazioni in cui l’onere della prova segue una strada diversa dal criterio generale appena spiegato.

Ecco i casi in cui questo avviene.

 

Patti di inversione dell’onere della prova

Sono accordi con cui le parti possono regolare la distribuzione dell’onere della prova tra di loro, modificando quanto previsto normalmente. Si pensi al contratto di fornitura dell’energia elettrica in cui la bolletta si presume sempre corretta salvo che il consumatore dimostri il contrario; qui si inverte quindi il normale onere della prova che attribuisce al creditore l’obbligo di dimostrare la fondatezza del proprio diritto. Tali patti sono tuttavia soggetti a specifiche prescrizioni e limiti;

 

Fatti non contestati

Le parti nel corso del processo hanno un altro onere: quello di contestare le affermazioni dell’altra parte. Quindi di prendere posizione sulle affermazioni dell’altro

E’ estremamente importante questa regola per le conseguenze che ne possono derivare non osservandola: i fatti non contestati si danno come provati.

Dunque se affermo un fatto e l’altra parte non lo contesta è come se lo avessi provato, quindi sono esonerato dal dover dar prova di quel fatto ed il Giudice deve attenersi a quanto da me affermato.

 

Fatti notori

C’è poi un altro caso di fatti che non necessitano di essere dimostrati.

E’ il caso dei cosiddetti fatti notori ossia di quei fatti conosciuti dalla generalità delle persone di media cultura e quelli che rientrano nella comune esperienza che possono essere affermati dalle parti senza bisogno di prova.

Esempi di fatti notori possono essere quei fatti di cronaca di dominio pubblico, le leggi di natura, i fenomeni di inflazione, le conseguenze che possono derivare da una malattia nella generalità dei casi ecc.

Non si considerano tali invece le nozioni tecniche e le valutazioni che richiedono il preventivo accertamento di particolari dati come, ad esempio, la determinazione del valore di mercato degli immobili.

Spesso assisto imprenditori che hanno problemi di insoluti o problemi nei rapporti contrattuali con clienti o fornitori.

La prima cosa che gli chiedo e di fornirmi la documentazione attestante il rapporto contrattuale e quindi l’origine del credito.

A questa richiesta loro mi esibiscono la fattura.

Ma la fattura non è un contratto!!!! E quindi non costituisce di per sé la prova dell’esistenza del rapporto contrattuale e del credito. Spesso la fattura non basta.

Che cos’è la fattura.

La fattura è il documento fiscale obbligatorio che viene redatto dal venditore, titolare di Partita Iva, per comprovare l’avvenuta cessione di beni o prestazione di servizi e il diritto a riscuoterne il prezzo. Tutti i titolari di Partita Iva devono emettere fattura quando vendono un bene o prestano un servizio, a seconda dell’attività svolta. Ci sono tuttavia alcune esenzioni, per alcune tipologie di venditori (es. commercianti al dettaglio, agricoltori per beni di propria produzione) per i quali, se non è espressamente richiesto dal cliente al momento di effettuazione dell’operazione, si è esonerati dall’obbligo di emettere la fattura. Questi operatori hanno però l’obbligo di rilasciare al cliente altri documenti che servono al controllo fiscale, quali la ricevuta fiscale e lo scontrino fiscale.

La fattura non è un contratto

Si pensa normalmente che la fattura possa valere come prova di un rapporto obbligatorio tra le parti, alla pari di un contratto, tuttavia le cose non stanno proprio così.

La giurisprudenza, in passato, si è più volte espressa sul tema della natura e del valore di prova della fattura commerciale, specificando che essa consiste nella dichiarazione indirizzata all’altra parte di fatti riguardanti un rapporto già costituto, pertanto in caso di contestazione del rapporto tra le parti, la fattura stessa non costituisce un valido elemento di prova delle prestazioni eseguite, ma viene considerata un mero indizio (così si esprime ad esempio la Corte di Cassazione con la sentenza n° 299 del il 12/01/2016).

Se dunque una parte contesta un credito quale risultante da una fattura commerciale, l’altra parte deve fornire al Giudice la prova dell’esatto ammontare del suo credito, dimostrando, quando ad esempio si tratti di merce, l’avvenuta fornitura.

Normalmente la fattura, che contiene la descrizione del materiale fornito, è sottoscritta dal debitore che quel materiale ha ricevuto.

In assenza di contestazione, quindi, il valore indiziario della fattura è trasformato, per così dire, in valore di prova legale del credito.

La natura di atto unilaterale della fattura commerciale impedisce che con la semplice sua trasmissione alla controparte, questa possa ritenersi validamente costituita in mora, occorrendo una formale richiesta di pagamento.

Questo non impedisce però che la fattura possa fondare la richiesta di decreto ingiuntivo di pagamento.

I registri delle fatture possono costituire, ai sensi dell’art. 634 II° comma cpc, idonea prova scritta per la emissione del decreto ingiuntivo, con riferimento non solo ai crediti relativi alla somministrazione di merci ma anche a quelli relativi a prestazioni di servizi.

Con la sentenza n. 11736 del 15 maggio 2018, La Suprema Corte di Cassazione, confermando quanto già asserito dalla giurisprudenza di merito, si è di recente pronunciata sulla validità della fattura quale elemento probatorio in caso di rapporto contrattuale non contestato.

Elemento centrale, più volte ribadito dalla Corte quale condizione necessaria affinché la fattura possa assumere valenza di piena prova, rimane il fatto che il rapporto contrattuale non sia messo in discussione, poiché in caso contrario la valenza probatoria della fattura a priori sarebbe senz’altro da ritenersi esclusa.

Quindi se l’altra parte contesta anche solo minimamente l’origine del credito o semplicemente il suo ammontare, per la controparte che richiede il credito non sarà sufficiente la fattura per dimostrare la fondatezza della sua richiesta.

Recentissimamente, (Cass. civ., sez. II, 21 Ottobre 2019, n. 26801) è stato stabilito che la fattura commerciale costituisce piena prova dell’esistenza di un corrispondente contratto tra le parti ove accettata, anche tacitamente, dal contraente destinatario della prestazione che ne costituisce oggetto.

Con l’annotazione delle fatture passive nei propri registri, parte debitrice ammette l’esistenza del rapporto obbligatorio fondamentale e dunque del proprio debito verso parte ricorrente.

Tale atto presenta, ai sensi dell’art. 2720 c.c., un’efficacia probatoria piena delle dichiarazioni in esso contenute.

 

In altri articoli del blog abbiamo parlato di risoluzione giudiziale, cioè dei casi in cui è il giudice chiamato a giudicare sul caso propostogli dalle parti che, con una sentenza, determina lo scioglimento del contratto.

Ma il contratto si può risolvere anche “di diritto”, cioè senza intervento del giudice ed in tempi rapidi se le parti conoscono e si avvalgono di alcuni rimedi previsti dal legislatore.

Ecco quali sono questi rimedi:

a) diffida ad adempiere (art. 1454)

 

b) clausola risolutiva espressa (art. 1456)

 

c) termine essenziale (art. 1457)

 

d) impossibilità sopravvenuta della prestazione (art. 1256)

 

Diffida ad adempiere

La diffida ad adempiere è prevista dall’art. 1456 del codice civile.

E’ questo lo strumento con cui la parte adempiente può intimare all’altra, inadempiente, che provveda ad eseguire le obbligazioni a cui è tenuta in forza del contratto in un congruo termine non inferiore a 15 giorni.

Scaduto il termine il contratto sarà risolto di diritto senza, quindi, ulteriori interventi o decisioni giudiziarie.

In caso di eventuale giudizio, quindi, non sarà necessario chiedere al giudice di risolvere il contratto con la sua sentenza, bensì di prendere atto dell’avvenuta risoluzione in forza del rimedio previsto dall’art. 1456 c.c.

 

Clausola risolutiva espressa

Si tratta per l’appunto di un clausola che le parti inseriscono nel contratto ed è prevista dall’art. 1456 del codice civile.

Con questa clausola le parti possono pattuire che l’inadempimento di una o più obbligazioni determinate faccia conseguire direttamente la risoluzione del contratto.

La risoluzione si verifica effettivamente quando il creditore dichiara all’altra parte di volersi avvalere della clausola.

 

Termine essenziale

Secondo l’art. 1457 del codice civile, se l’obbligazione non è adempiuta nel termine ritenuto essenziale per il creditore, al punto che dopo tale termine la parte non ha più interesse alla prestazione, il contratto è risolto di diritto alla scadenza del termine, a meno che il creditore voglia esigere la prestazione nonostante la scadenza del termine dandone notizia al debitore con comunicazione da inviare entro una tempistica stabilita.

 

Impossibilità sopravvenuta della prestazione

Altro caso in cui il contratto si risolve di diritto è quando la prestazione di una delle parti diventa oggettivamente impossibile.

E’ il caso dell’impossibilità sopravvenuta della prestazione prevista dall’art. 1256 del codice civile, cioè quando una parte non riesce a compiere la propria prestazione per causa a lei non imputabile (impossibilità oggettiva).

In tal caso la parte impossibilitata è liberata dall’obbligo di adempiere la prestazione, ma non può più chiedere la controprestazione dell’altra parte e deve restituire la prestazione già ricevuta.

 

Prima di considerare il debitore totalmente inadempiente, l’altra parte deve metterlo in mora, cioè inviargli un’intimazione ad adempiere entro un dato termine, solitamente non meno di 15 giorni.

Tale intimazione non è necessaria quando il debitore ha dichiarato per iscritto di non voler adempiere e quando è scaduto il termine ad adempiere, se la prestazione doveva essere eseguita al domicilio del creditore (come il pagamento di somme di denaro).

 

 

 

 

Se una parte del contratto non adempie alle proprie obbligazioni, l’altra parte, quella adempiente,  cosa può fare per tutelarsi?

Può fare diverse cose:

a) può chiedere l’adempimento del contratto, mantenendo in vita il contratto originario (art. 1453);

b) può rifiutarsi di eseguire la propria prestazione in presenza dell’inadempimento dell’altra parte, o fino a quando perdura l’inadempimento dell’altra parte, in questo modo il contratto rimane in vita fino a quanto una delle parti non chiede la risoluzione del contratto (art. 1460);

c) può chiedere la risoluzione del contratto per l’inadempimento.

 

Azione di manutenzione

Nel primo caso con l’azione di adempimento, detta anche azione di manutenzione del contratto, si vuole conservare il negozio giuridico e si propone una domanda giudiziale di condanna all’esecuzione delle prestazioni cui è obbligata la parte inadempiente.

In caso di esito vittorioso, l’attore avrà il titolo per ottenere quanto è oggetto dell’obbligazione e il contestuale risarcimento del danno subìto a causa del ritardo nell’adempimento mentre sarà a sua volta tenuto, da un lato, a ricevere la prestazione di controparte e, dall’altro, ad eseguire la prestazione dovuta qualora, ovviamente, non abbia già provveduto ad adempierla.

Presupposti per l’esercizio dell’azione sono, evidentemente:

– la presenza di un contratto a prestazioni corrispettive;

– il ritardo nell’adempimento della prestazione;

– la concreta ed attuale possibilità di adempiere l’obbligazione.

Se, infatti, per effetto del ritardo l’adempimento non fosse più possibile o il contraente avesse perso l’interesse ad ottenerlo, la possibile soluzione sarebbe la risoluzione del contratto, che determinerebbe la cessazione del vincolo contrattuale.

 

Eccezione d’inadempimento

Nei contratti con prestazioni corrispettive, in cui le prestazioni dovute dalle parti sono tra loro connesse al punto che l’una costituisce il corrispettivo dell’altra, come ad esempio nella compravendita, ciascuno dei contraenti può, in virtù dell’art. 1460, rifiutarsi di adempiere la sua obbligazione se l’altro non adempie o non offre di adempiere contemporaneamente la propria, a meno che accordi tra le parti o la natura del contratto non suggeriscano diversamente.

Si tratta dell’”eccezione d’inadempimento”, considerato mezzo di autotutela utilizzato soprattutto nella fase esecutiva del contratto qualora non si desideri lo scioglimento del vincolo contrattuale.

Tale rimedio può, tuttavia, essere usato anche in sede processuale per paralizzare la domanda di adempimento o la domanda di risoluzione per inadempimento.

Come evidenziato, l’eccezione d’inadempimento permette alla parte di sospendere l’esecuzione della propria prestazione e quindi sarà utilizzabile sono qualora non sia stata eseguita la propria prestazione.

Ovviamente tale sospensione deve essere fondata. Il rifiuto della prestazione, totale o parziale, deve essere «proporzionale» all’inadempimento e non è possibile opporsi all’esecuzione se il rifiuto è contrario alla buona fede.

 

Risoluzione del contratto

L’ultimo strumento a disposizione del creditore è chiedere al giudice la risoluzione del contratto se il perdurare dell’inadempimento fa perdere la fiducia nell’altro contraente o l’interesse per la sua prestazione.

Vi sono tuttavia dei limiti previsti dall’art. 1453: se è chiesto l’adempimento si può sempre chiedere poi la risoluzione, ma se è stata chiesta prima la risoluzione non è poi più possibile chiedere l’adempimento.

Altro aspetto da considerare è che per aversi risoluzione è necessario l’elemento della colpa in capo al debitore, che costituisce anche presupposto per poter richiedere il risarcimento del danno subito, sempre che si sia effettivamente verificato.

Comunque, se l’inadempimento è dovuto in parte anche ad una responsabilità del creditore, il risarcimento del danno sarà diminuito proporzionalmente.

Perché il contratto possa risolversi è anche necessario che l’inadempimento sia rilevante e a tal proposito l’art. 1455 c.c. dispone che: “il contratto non si può risolvere se l’inadempimento di una delle parti ha scarsa importanza avuto riguardo all’interesse dell’altra”.

Qualora ricorrano tutti i presupposti e la richiesta abbia esito positivo, la sentenza eliminerà il vincolo contrattuale, con efficacia retroattiva tra le parti, obbligandole a restituire quanto hanno ricevuto. Tale effetto non si verifica nel caso di risoluzione dei contratti ad esecuzione continuata o periodica, per cui restano salve le prestazioni già eseguite.

In ogni caso la risoluzione non pregiudica i diritti acquistati dai terzi.

ADEMPIMENTO E INADEMPIMENTO DELLE OBBLIGAZIONI

Abbiamo visto in un altro articolo come nascono le obbligazioni e quali ne sono le fonti. https://www.studiolegaleborghesi.com/2020/01/18/le-obbligazioni-e-le-loro-fonti/

In questo articolo, invece, tratteremo i temi dell’adempimento e dell’inadempimento delle obbligazioni.

Tutti noi,  in momenti alterni della nostra vita quotidiana, siamo debitori e/o creditori: abbiamo diritto all’adempimento di obbligazioni da parte di qualcuno, siamo obbligati a fare/dare qualcosa a qualcun altro.

E’ di fondamentale importanza – tanto nella vita lavorativa quanto in quella privata – conoscere i concetti di adempimento e inadempimento, qual’è il perimetro di questi concetti, quando, come e perché un’obbligazione è considerata adempiuta o inadempiunta.

Dunque, che tu sia un imprenditore, un professionista o semplicemente una persona che vive nel mondo e visto che in ogni istante i concetti di obbligazione, adempimento e inadempimento pervadono la nostra esistenza, devi padroneggiare questo concetto per non esserne “vittima”.

Ma veniamo al dunque.

L’adempimento è il modo di estinzione tipico delle obbligazioni e consiste nella esatta esecuzione dell’obbligazione, ragion per cui vengono meno sia la pretesa del creditore sia l’obbligo del debitore.

Numerosi articoli del codice civile (art. 1176 s.s.) disciplinano le regole da seguire per un corretto adempimento. Secondo l’articolo 1176, nell’adempiere il debitore deve usare la diligenza del buon padre famiglia, ovvero l’impegno nel soddisfacimento dell’interesse del creditore, tipica dell’uomo ‘medio’, il buon padre di famiglia appunto, quell’uomo considerato di alto rigore, lealtà, onestà, impegno, determinazione, cura e dedizione per la famiglia, che va valutata in relazione alla specifica obbligazione che il debitore deve eseguire.

Il buon padre di famiglia può definirsi, dunque, come un canone di riferimento oggettivo, avente funzione di misurazione della qualità del comportamento dell’uomo medio nell’ambito dei rapporti di natura contrattuale o di altra differente natura.

Detto concetto è evidentemente di contenuto indeterminato, e affidato nella sua interpretazione alla prudente valutazione del giudice, il quale, sulla base delle consuetudini, dei costumi e delle interpretazioni giurisprudenziali esistenti, valuta caso per caso quali sono i comportamenti richiamati da questo concetto.

Analizziamo ora alcuni comportamenti prescritti dal codice e finalizzati ad un corretto adempimento delle obbligazioni nascenti da contratto.

L’obbligazione, secondo l’art. 1180, può essere adempiuta anche da un terzo, se l’altra parte non ha interesse a ricevere la prestazione dalla parte personalmente (come nel caso di prestazioni non professionali o che non richiedono particolari doti tecniche).

La parte creditrice può sempre rifiutare un adempimento parziale delle obbligazioni previste nel contratto. Inoltre, il debitore non può mai liberarsi dal suo obbligo eseguendo una prestazione diversa da quella prevista nel contratto, a meno che il creditore non dia il suo consenso.

Solitamente il luogo in cui le parti devono adempiere alla prestazione è stabilito dal contratto. Nel caso contrario si seguono questi principi (art. 1182):

– l’obbligazione di consegnare una cosa determinata si adempie nel luogo in cui la cosa si trova;

– l’obbligazione di pagare una somma di denaro si adempie presso il domicilio del creditore;

– in tutti gli altri casi la prestazione va adempiuta presso il domicilio del debitore.

Normalmente per l’adempimento degli obblighi derivanti dal contratto è fissato un termine, che si presume sempre a favore del debitore. Questo vuol dire che il creditore non può mai pretendere la prestazione prima della scadenza del termine, mentre il debitore può eseguirla prima.

La prestazione o il pagamento deve essere fatta al debitore o ad un suo rappresentante o autorizzato, altrimenti il debitore non è liberato dal suo onere, a meno che il creditore non accetti la prestazione eseguita, o che la stessa vada comunque a suo beneficio (art. 1184,1185).

Dunque l’adempimento dell’obbligazione è esatto quando sono rispettati i seguenti parametri:

– chi deve eseguire l’obbligazione

– nei confronti di chi

– dove

– quando

– come

– per intero.

Facciamo qualche esempio: se do la quantità di denaro a cui sono obbligato alla persona giusta, nel luogo giusto ma nel termine sbagliato, il mio adempimento non è esatto; se pago nei confronti della persona sbagliata il mio adempimento non è esatto. Per essere esatto l’adempimento deve rispettare tutti i parametri sopra elencati.

 

L’inadempimento è invece la mancata, ritardata o inesatta esecuzione degli obblighi derivanti dal contratto da parte di uno di due contraenti. Ad esempio, nel contratto di vendita, inadempiente è il compratore se non paga il prezzo pattuito (o paga in ritardo), o il venditore se non consegna la cosa venduta al compratore.

 

Abbiamo visto che la conseguenza dell’adempimento è l’estinzione delle obbligazioni. Ma quali sono le conseguenze dell’inadempimento?

Chi è inadempiente deve sempre risarcire il danno subito dall’altra parte, a meno che non provi che l’inadempimento è dovuto ad impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile. Con tale previsione si intende i casi di forza maggiore o caso fortuito, cioè quando è oggettivamente impossibile per una parte adempiere al contratto per cause estranee alla sua volontà (ad esempio, un terremoto o un incidente che distrugga la cosa da consegnare).

Il risarcimento del danno deve comprendere sia la perdita immediata subita dal creditore, sia il mancato guadagno (cioè la perdita dell’aspettativa di profitto).

IL CONTRATTO

Tra le varie fonti delle obbligazioni, quella che occupa buona parte di interesse tra gli imprenditori è sicuramente il contratto.

Tutti in linea di massima sappiamo cos’è un contratto. Ne sentiamo parlare ogni giorno. Certo lo sappiamo in linea di massima esatto. Ma se sei un imprenditore, un professionista o hai a che fare con i contratti nella tua vita quotidiana per qualsiasi altro motivo, se vuoi padroneggiare questo strumento per poterlo utilizzare a tuo vantaggio e non semplicemente “subirne” passivamente gli effetti, devi conoscerlo almeno un pò di più che “in linea di massimo”

Analizziamolo per comprendere meglio di cosa stiamo parlando e come funziona.

L’articolo 1321 del codice civile definisce il contratto come: “l’accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale”. Si tratta quindi di:

  • un accordo: cioè l’incontro delle volontà delle parti;
  • tra due o più parti: non esistendo contratto con una sola parte, ma essendo necessaria la presenza di almeno due soggetti;
  • per costituire, regolare o estinguere tra loro: questo è l’oggetto giuridico del contratto, quello che le parti stabiliscono in ordine al loro rapporto;
  • patrimoniale: i contratti hanno esclusivamente ad oggetto rapporti giuridici suscettibili di valutazione economica; non sono contratti, quindi, quei negozi dove manca o non è essenziale l’elemento della patrimonialità, come il matrimonio.

Il Codice civile (art. 1325), prevede che il contratto debba avere alcuni requisiti indispensabili ovvero:

  • l’accordo delle parti: al quale abbiamo già accennato e che costituisce un elemento caratterizzante ed ineliminabile di qualsiasi tipo di contratto; si tratta, però, della volontà obbiettiva che da questo emerge e non quella interna delle singole parti, di solito insondabile, poiché è necessario tutelare l’affidamento che l’altro contrente fa circa quanto dichiarato in sede di accordo.

 

  • la causa: la ragione pratica del contratto, cioè l’interesse che le parti vogliono soddisfare attraverso l’operazione contrattuale; a tal proposito occorre precisare che, in caso di controversia al riguardo, fondamentale è “quale sia stata la comune intenzione delle parti e non limitarsi al senso comune delle parole (art. 1362 c.c.). In tal modo è possibile riconoscere il tipo di contratto effettivamente desiderato e che, per errore, potrebbe essere ben diverso da quello che in effetti appare. E’ importante che la causa sia sempre presente e non sia irrilevante o illecita, altrimenti il contratto è nullo, proprio perché la sua funzione è viziata.

 

  • l’oggetto: è il bene su cui incidono gli effetti del contratto. L’art 1346 c.c. prevede che debba essere:

–  possibile

lecito

determinato

o determinabile.

La possibilità dell’oggetto va intesa sia in senso materiale, per cui sussisterà quando nella realtà fisica la cosa già esiste o può venire ad esistenza, sia in senso giuridico per cui, ad esempio, il contratto sottoposto a termine può ritenersi valido solo se la prestazione inizialmente impossibile diventi possibile prima della scadenza del termine.

Quanto alla liceità, invece, essa deve essere riferita alla prestazione e manca quando il bene non può, in base alla legge vigente, all’ordine pubblico o al buon costume far parte dello specifico contratto oppure non può essere commercializzato.

Infine, l’oggetto del contratto deve essere determinato, quindi indicato con assoluta precisione o comunque chiaramente desumibile dalla volontà delle parti, ovvero determinabile se i criteri di individuazione della sua qualità o quantità sono enunciati nel contratto stesso o sono altrimenti ricavabili.

 

  • la forma: è il modo in cui si manifesta la volontà negoziale.  Salvo diversa previsione, vige il principio della libertà della forma, per cui un negozio (per negozio si intende il vincolo contrattuale che nasce) potrà nascere validamente con una forma puramente orale, oppure attraverso dei gesti, come di solito avviene durante le aste, o, ancora, attraverso fatti concludenti, cioè attraverso comportamenti che fanno intendere in modo inequivocabile la volontà di porre in essere negozio giuridico, come nel caso dell’erede che accetta tacitamente l’eredità (articolo 476 c.c.).  In alcuni casi la legge richiede una determinata forma per la validità del negozio giuridico.

 

L’articolo 1350 c.c. elenca i casi in cui la forma scritta è richiesta per i contratti a pena di nullità come, ad esempio, i contratti riguardanti i beni immobili. Qui la forma è richiesta per la validità stessa del negozio giuridico e non è possibile usare una forma diversa o sanare il negozio attraverso la sua esecuzione.

Diverso è il caso in cui la forma sia necessaria solo per provare l’esistenza del contratto. In questa seconda ipotesi in mancanza di tale requisito il contratto resta perfettamente valido ed efficace, ma sarà solo più difficile dimostrarne l’esistenza.

 

EFFETTI DEL CONTRATTO TRA LE PARTI E NEI CONFRONTI DEI TERZI

Ma cosa succede quando si sottoscrive un contratto? Quali effetti produce? Quali sono le sue conseguenze?

Ebbene, il contratto produce: effetti tra le parti ed effetti nei confronti di terzi.

Inoltre, nel rapporto tra i contraenti troviamo effetti reali ed effetti obbligatori.

Gli effetti reali sono costituiti dal trasferimento della proprietà o di altri diritti sulle cose.

Gli effetti reali sorgono da quei contratti, come ad esempio il contratto di compravendita, che hanno per oggetto il trasferimento della proprietà di un determinato bene o altri diritti.

Infatti esistono contratti che non provocano il trasferimento di diritti sulle cose da una persona all’altra ma solo la nascita di obbligazioni da un soggetto all’altro, come ad esempio il contratto di locazione: non viene trasferita la proprietà dell’immobile oggetto di locazione ma nascono solo obblighi e diritti fra il proprietario dell’immobile e chi lo prende in locazione.

Ma che forza ha il contratto fra le parti che lo hanno sottoscritto? A questa domanda risponde l’art. 1372 del codice civile stabilendo che “il contratto ha forza di legge tra le parti e non può essere sciolto che per mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge”.

Ciò sta a significare che fra le parti e che lo hanno sottoscritto quell’accordo ha la stessa potenza di una legge e in eguale intensità le parti sono tenute a rispettarlo a meno che non decidano, di comune accordo o nei casi previsti dalla normativa in materia, di sciogliere il vincolo contrattuale. Per fare questo occorre però che il contratto non abbia ancora avuto esecuzione, a meno che non sia un contratto di durata e lo scioglimento non produca effetti sulle prestazioni già eseguite.

In deroga a quanto previsto dall’articolo citato in precedenza, l’art. 1373 consente che le parti possano per espressa previsione legislativa o mediante clausola espressa, pattuire la possibilità di recedere unilateralmente dal contratto. Questa ipotesi si utilizza solitamente nei contratti di durata, nei quali l’esecuzione si protrae nel tempo, nonché nei contratti stipulati dai consumatori al di fuori dei locali commerciali dell’imprenditore o a distanza. Le parti possono stabilire che il diritto di recesso possa essere esercitato in cambio di una prestazione, di solito consistente nel versamento di una somma di denaro, o dietro la corresponsione di una caparra.

E nei confronti dei terzi che forza ha il contratto?

Per quanto riguarda i soggetti terzi rispetto alle parti, il contratto di regola non produce effetti nei loro confronti ed essi si trovano in una posizione “neutra”, nel senso che non possono subire interferenze nella loro sfera giuridica dall’attività negoziale. Questo è noto come “principio di relatività degli effetti del contratto”.

A ben guardare, tuttavia, la mancata produzione di effetti non comporta automaticamente la mancanza di conseguenze in capo a questi ultimi. Un esempio efficace è il contratto a favore di terzi (art. 1411 c.c.), in cui una parte si obbliga nei confronti dell’altra ad eseguire una prestazione a favore di un terzo, detto beneficiario, che non è né parte del contratto né parte del rapporto ma solo il soggetto nei confronti del quale si deve eseguire la prestazione.

CHE COSA SONO LE OBBLIGAZIONI

Tra i fondamentali di tutto il diritto civile e commerciale c’è un concetto: quello di “obbligazione”.

Ma cosa si intende in campo giuridico per obbligazione?

L’obbligazione è un vincolo giuridico in virtù del quale un soggetto chiamato debitore è tenuto ad effettuare una determinata prestazione verso un altro soggetto chiamato creditore, che ha il diritto di pretenderla ed in caso questa prestazione non venga eseguita spontaneamente dal debitore, il creditore può ricorrere ad un giudice.

Gli elementi delle obbligazioni sono:

  • i soggetti: il creditore ovvero il soggetto attivo del rapporto, colui che può pretendere l’esecuzione della prestazione; il debitore o soggetto passivo del rapporto ossia colui che è tenuto ad eseguire la prestazione;
  • la prestazione: è il comportamento del debitore e deve avere alcune caratteristiche specifiche ossia essere possibile, lecita, determinata o determinabile e avere carattere patrimoniale, ossia quantificabile in denaro;
  • il vincolo giuridico: è l’obbligo del debitore ed corrispondente diritto del creditore

 

DA COSA NASCONO LE OBBLIGAZIONI: FONTI DELLE OBBLIGAZIONI

Una volta capito cosa sono le obbligazioni bisogna capire da dove questi diritti ed obblighi nascono, e quindi, in buona sostanza, quali sono le “fonti delle obbligazioni”.

In base all’art. 1173 del codice civile sono fonti delle obbligazioni:

  • I contratti: sono le tipiche fonti delle obbligazioni. Con essi le parti si impegnano volontariamente ad eseguire delle prestazioni, come ad esempio il pagamento di un prezzo a fronte dell’acquisto di un bene.
  • La volontà unilaterale delle parti: è il caso delle promesse unilaterali previste dall’articolo 1987 c.c. e ss. come ad esempio la promessa di pagamento o la ricognizione di debito.
  • Il fatto illecito: in questo caso manca l’elemento dell’accordo tra i soggetti dell’obbligazione, anzi c’è almeno un soggetto, chiamato “danneggiato” che subisce il fatto da cui sorge l’obbligazione. In sostanza una persona commette un atto illecito, doloso o colposo che sia, che cagiona ad altri un danno ingiusto.
    In questi casi sul danneggiante sorge l’obbligazione di risarcire il danno e, corrispondentemente, il diritto del danneggiato di ottenere il risarcimento del danno.
  • Ogni altro fatto diverso dai precedenti, idoneo a produrle: si tratta di ipotesi residuali diverse dalle precedenti che i fondano su norme di legge, come la gestione di affari altrui o l’arricchimento senza causa.

Capire che cosa sono le obbligazioni e da cosa prendono vita consente di capire un fondamentale meccanismo previsto dal diritto privato.

Questo meccanismo sta alla base di tutto il sistema contrattuale ed extracontrattuale e quindi consente di capire approfonditamente sia la disciplina dei contratti che tutti i meccanismi che riguardano il sistema dei risarcimenti, dell’adempimento e dell’inadempimento, della risoluzione e tutte le altre cause di scioglimento dei contratti.

Tratteremo questi temi nei prossimi articoli del blog.

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